1 Febbraio 2026

Il centro storico si svuota
La desertificazione commerciale che cambia Novara

Da agente immobiliare, vedere una città come Novara in fermento, in crescita, capace di attirare energie in tanti settori, subire una desertificazione commerciale che colpisce proprio il suo cuore antico, mi ferisce. Ma mi costringe anche a riflettere. Perché il centro storico di ogni città non è solo un simbolo: è un ecosistema fatto di persone, abitudini, relazioni sociali ed economiche, la cartina tornasole del senso di appartenenza per il luogo in cui si vive. E quando il commercio si ritira, quello che resta non è semplicemente “meno negozi”: è un vuoto che si allarga, che contagia tutto il resto.

La sensazione, oggi, è che il fenomeno sia meno avvertito nei comuni limitrofi più grandi, dove il rapporto con il commerciante e l’acquisto di prossimità è ancora un rito condiviso. Lì, la bottega conserva un ruolo sociale: il negoziante conosce i clienti, i clienti riconoscono il negoziante. Esiste un legame più stretto tra attività e abitanti, una reciprocità che tiene in vita le strade e che rende più difficile la resa.
Non che a Novara non esista un legame tra cliente e negoziante, ma qui le chiusure sono arrivate in sequenza e han fatto male. La colpa? Prima gli outlet e la logica dello sconto permanente, che hanno stravolto la percezione del valore: l’idea che tutto debba costare sempre meno e che il “prezzo giusto” sia soltanto quello tagliato. Così il “prezzo pieno”, con lo sconto applicato solo ai migliori clienti è diventato una parentesi sempre più breve, neanche il Natale resiste perché la gente ha capito che pochi giorni dopo è già tempo di forti ribassi: una dinamica che ha indebolito perfino il rito dell’irrinunciabile pacco sotto l’albero: “ti ho fatto un pensierino il regalo arriva a gennaio”.
Nel frattempo si è perso il vero principio dei saldi di fine stagione, nati per smaltire le rimanenze e chiudere un ciclo, non per trasformare lo sconto in una condizione perpetua. Poi l’acquisto online, accelerato in modo brutale durante il Covid: in pochi mesi tutti si sono allenati a comprare in rete, con consegne rapide, resi facilissimi, zero frizione. Un sistema comodo, certo. Ma anche un sistema che ha eroso in pochissimo tempo il commercio tradizionale, soprattutto quello non specializzato.

E non è finita lì. La spesa online ha reso più “disinvolti”: piccoli importi ripetuti, acquisti impulsivi, quell’euforia di un click che sembra innocua ma spesso non è razionale. Un’esposizione finanziaria frammentata, guidata dall’istinto e dalla frenesia. Poi, inevitabilmente, la realtà presenta il conto: la capacità d’acquisto delle persone non è migliorata negli ultimi anni e anche quel modello di consumo, alla lunga, mostra crepe. Ma nel frattempo il danno più profondo l’hanno pagato le piccole botteghe.

Se non offri un servizio esclusivo, un prodotto di nicchia, un’esperienza che non si può “spedire”, la competizione diventa impari. E allora si comincia a chiudere: prima uno, poi due, poi tre. Poi a decine. A questo si sommano le cessazioni naturali, i passaggi generazionali mancati, le attività che finiscono perché finisce la forza di chi le ha portate avanti. Il dado è tratto: la città, in pochissimo tempo, scopre la sua fragilità. I commercianti scoprono la solitudine. Ognuno chiuso nel proprio negozio aspettando il cliente, senza una strategia comune che permetta di resistere, cambiare, rinascere.

Qui entra in gioco un aspetto che, nel mio lavoro, vedo chiaramente: il problema non si limita alla perdita di valore commerciale. Ne risentono anche le residenze che sovrastano queste zone depresse. Le vetrine spente e le vie deserte diventano territorio di nessuno, una zona fertile per il degrado urbano. E insieme al degrado arriva la percezione di insicurezza: la gente rinuncia alla passeggiata serale, che nelle stagioni miti è un’abitudine semplice e preziosa. Se si rinuncia a passeggiare nella bella stagione, figuriamoci a gennaio. Un centro storico senza persone è un centro storico senza futuro.

Eppure, io credo davvero che Novara possa risorgere. Ma bisogna fare presto: siamo già fuori tempo massimo. Le attività chiuse cominciano a essere troppe e, nonostante le enormi potenzialità della città, chi cerca uno spazio per aprire qualcosa ci pensa due volte. E molto spesso se ne va scoraggiato.
Il paradosso è che Novara ha già dimostrato di saper sorprendere. Chi avrebbe detto che un avvocato esperto d’arte avrebbe creato eventi così partecipati e riconosciuti anche in ambito nazionale, come quelli dell’associazione Mets? Che un giovane con un’enoteca in una delle piazze più “infelici” avrebbe potuto aprire uno dei locali più cool della città? Che un’agente immobiliare, avrebbe potuto dare vita a uno dei bar più frequentati del centro storico? Tante realtà resistono con lo stesso identico propulsore: l’entusiasmo. La voglia di imparare, di mettersi in gioco, di costruire, l’ambizione di far bene. Impegno, fatica, dedizione: sono sempre questi gli ingredienti vincenti.
Poi certo, bisogna stare al passo coi tempi. Ma senza quel driver, senza quella scintilla, senza un focus chiaro e mirato, resta solo “potenza senza controllo”; combinazione inutile che solo pochi mesi fa ha fatto spegnere le luci in centro anche a uno dei campioni della cucina italiana… e chi lo avrebbe mai detto?!

Se non interveniamo con un progetto concreto di riqualificazione complessiva, decoro, sicurezza, visione, continueremo a inseguire contromisure tampone: affitti che calano, tributi che si riducono, distretti senz’anima inventati per raccontarci che “stiamo facendo qualcosa”. Ma un centro funziona quando conosce i propri spazi e li governa, come accade nei centri commerciali che funzionano: mappa chiara, mix ragionato, strategie condivise, identità.
Altrimenti lo tsunami sarà inarrestabile.

E un giorno ci sveglieremo in una città che non sarà più la nostra.

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